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Sensibilità al viaggio: gli stati intermedi

6 min di lettura
Travel Life
Posted Sat Oct 10 2026
Updated Sat Oct 10 2026

Sono sensibile al viaggio. Perfino andare a svuotare la vaschetta dell'umido in giardino può rivelarsi un'esperienza intensa, piena di eventi, di conoscenze.

Per esempio, il fatto che per andarci devo calpestare l'erba secca, sentire il suo scricchiolio sotto ai piedi, sorbirmi il vento che mi scaglia addosso la terra, la luce che cambia in base alle diverse tappe del mio cammino, il colore delle spighe, la fossa stessa, per me sono cose ricche di importanza. Il fatto che passandoci le cose sono, erano e diventano, mi agita il cuore. Del tempo ho una percezione acuta, perversa, tant’è che le cose mi sembrano così tanto mutate nel giro di qualche istante, che penso di aver vissuto molte ore, di averle viste invecchiare, o rinascere, quelle cose: di tutto ne percepisco la storia.

Far due passi, per me, equivale sempre a farne infiniti, perché fra un passo e l'altro c'è l'eterno, come la targaruga che non raggiunge mai Achille: tanto più aumenta l'attenzione e tanto più colgo gli stati intermedi delle cose, che sono infiniti.

Questo mi succede un po' con tutto.

Per questo mi piace salire le scale di Cascade, a Yerevan, di notte, nei giorni in cui il vento è forte e gelido. Le approccio come un guerriero, con convinzione, perché stando al paradosso di Zenone, so che non raggiungerò mai la fine. Lo faccio un po’ per tenermi in forma, un po’ per punirmi, un po’ per ego, un po’ per gustare il potere su me stesso, un po’ perché, salir le scale, per me, equivale a salire in generale, anche dentro, verso il cielo; andare da qualche parte di alto. E salirle con attenzione allora mi dà quel gusto in più, quello di sentire il corpo che lavora... la terra che ruota... il suo fiatone...

Al primo gradino la decisione è presa, il piede destro si è saldato sulla pietra (a volte invece è il sinistro ad iniziare, dipende da come ci si arriva), ora non si può rimandare, ho preso un impegno con me stesso e non posso più tirarmi indietro, devo portarci il secondo piede, quello che è rimasto indietro. Non vuol muoversi, lui è l’unica chance della mia pigrizia. Portarcelo sù è una piccola fatica, ma il piede destro ha la meglio, non molla, lo convince, e nel giro di qualche secondo riesce a tirar su il collega. Entrambi decidono che possono farcela. In quel momento so che soffrirò un poco, ma non importa, perché forse soffrirò dopo, forse, ma non in quel momento, in un altro momento della storia. Ne faccio cinque… dieci… venti… di gradini, poi ancora dieci… quindici… venti altri. Il vento gelido per adesso viene schermato dalle strutture circostanti, non lo soffro abbastanza.

Normalmente intorno a me la gente c'è, ma a quell'ora d'inverno è sempre poca. L'aspetto umano resta comunque percepibile: mi sento in compagnia anche se siamo in pochi. Sono tutte ombre, non distinguo i loro volti ma ne avverto le voci. Mi sento ancora sulla terra. Con quelli che salgono a loro volta ci capiamo senza parlarci. Percepisco la stessa fatica, forse le stesse intenzioni che ho io, quelle banali cosette da "mezze cartucce" che innacquano la nostra vita. Vogliamo tutti sentirci capaci. Fare lo sforzo...

Più o meno al 250esimo scalino, cioè a metà strada, le gambe iniziano a bruciare, ed è bello non darlo a vedere, nascondere l'affanno (anche se reggo bene e non ci sarebbe nulla di clamoroso da mostrare). Mi piace dimostrare che le scale non mi piegano. Il cielo si fa più scuro e profondo, perché le luci diradano. La temperatura del vento cala un poco. Ora pizzica la faccia, e la gola diventa una caverna fredda, perché prima era calda e adesso respiro l'aria fredda, dal naso, da cui spesso, con vanitosa frequenza, mi accingo sempre a cavar fuori il pelo. Mi rendo conto che in quel momento aiuterebbe un po', quel pelo. Forse dovrei solo accorciarlo, ma non rimuoverlo, mai rimuoverlo. Da dentro sudo un poco, sulla pelle percepisco un sottilissimo strato d'acqua. Ma per percepirlo devo stare proprio attento, altrimenti non me ne accorgo. Lo vedo sulla pelle, e un po' mi annoia. Non mi piace sentirmi umido fuori. Dentro va bene, ma fuori no, perché fuori ne sento l'odore... l'odore di umido corporeo non è gradevole. A guardarsi dentro nessuno profuma. Un triste dato di fatto.

Al 500esimo scalino la prima parte è quasi andata. L'elemento umano è quasi scomparso. A quell'ora d'inverno pochi si addentrano fino a quel punto, perché fa freddo, è tardi, e apparentemente non ci sono motivi per star là sopra. Il vento soffia troppo forte, nessuno sosta, nessuno è tanto stupido da far qualcosa di così inutile. Comincio a percepire la solitudine, sono alle sue porte. Se qualcuno passa da lì ci passa sempre troppo in fretta, per scendere, raramente per continuare a salire, normalmente incappucciati o comunque ben coperti, tanto da rendersi indistinguibili. Vedo qualcuno soffermarsi e poi scendere, cambiare strada, idea, intenzione. Forse gli è bastato arrivare fin li. Dietro di me vedo Yerevan, ancora un poco attivo, luminoso, lontano, e la distanza mi fa sentire bello, perché penso a quelli che sono là sotto, che non sanno di me, e allora immagino di essere quelli là sotto che però percepiscono la mia presenza là sopra, come se fossimo una cosa sincronizzata. Io so di esser li, quindi posso immaginare quelli che non lo sanno, saperlo. Immagino di essere quelli che non lo sanno e che magari fanno altro, e me stesso, nel medesimo momento. Questo mi fa sentire elettrizzato, mi carica di potenza. C'è comunione. Avverto l'ubiquità.

Poco dopo Cascade, però, un breve tratto di strada porta verso il cavalcavia del monumento dedicato al 50esimo anniversario della rivoluzione d'Ottobre. E' una fugace transizione. Raggiungere quel tratto è bello, perché è più buio, c'è pochissima luce, e molta di essa viene dalla luna o dai riflessi della città. Le scale sono metalliche, suonano sotto ai piedi, aumentano la sensazione di freddo perché il metallo va a braccetto con il freddo. Lì sopra il gelo comincia ad esser cosa seria... si fa sentire. Il freddo mi viene nelle ossa dallo spazio, come un messaggero di solitudine... di quel freddo che ti fa sentire solo ma tutto. Come se fossi l'unica coscienza dell'universo. Poco prima del monumento c'è una lunga ennesima scalinata ghiacciata, solitamente ricoperta di neve, che se non ci fosse la neve sarebbe difficile da riconoscere, c'è buio. Voci, nessuna. Presenza umana, nessuna, e se dovesse esserci è una presenza diversa, una replica di me.

Presso il monumento al 50esimo anniversario c'è un grande spazio, che è un balcone su Yerevan. Uno spazio molto ampio dove di solito, durante il giorno, la gente viene a baciarsi romanticamente. Sembra che la vastità abbia molte cose in comune con l'amore. Ma d'inverno, la sopra, il vento spinge forte, ghiaccia la faccia, le mani, le ossa lo sentono e fanno male. D'amore non c'è nulla. Due amanti finirebbero col congelarsi insieme in un bacio eterno. Con gli occhi seguo il crescendo del monumento che finisce con l'infilzare il cielo nero. Quello è un monumento alla storia. Alle cose che passano. Nelle ossa escono fuori le stelle, si formano i buchi neri fra le cavità. Sono arrivato alla totale solitudine, mi affaccio e vedo auto passare, come entità che fluiscono rapide, isolate dentro i loro cantucci caldi: ci sono e non ci sono allo stesso tempo. Sembrano presenze che si muovono senza vita. Chi guida può solo essere supposto, parlare di questo e di quello, o pensando chissà cosa, ad altre storie.

Ritornando sulla strada mi torna in mente il primo passo, laggiù, quando iniziai la salita. Sembra esser passato un decennio.

Sebastiano Edoardo Casella - Cascade Yerevan